Recensioni ai Racconti

«…ho accettato di fare il giurato spinto dalla curiosità, forse dalla vanità (…) Visto che le cose da “giudicare” non venivano da Marte ma erano redatte da signori e signore che avevano investito in esse tanto ingegno e tante energie, la mia curiosità (e il mio rispetto) nei loro confronti ad un certo punto ha preso il sopravvento sul contenuto del loro lavoro: ho passato un sacco di tempo a cercare di immaginarmi come erano fatti, chi erano. Analizzando il linguaggio, la grafica della macchina per scrivere o del computer, mi sono immaginato studenti fuori corso di ingegneria pentiti che aspirano a fare gli scrittori, insegnanti in pensione, casalinghe geniali. (…) Se proprio devo emettere  un verdetto (…) il “Navile” per la letteratura satirica potrebbe essere assegnato a  Accadde a Roraro, il racconto che più si attaglia alle caratteristiche del Premio. E’ scritto con maestria, usa una lingua allusiva, corrosiva, a volte feroce e a volte ironica. Per certi versi ha il tocco dell’acquerello, in altri punti la pennellata spatolata di un Van Gogh. Il racconto non ha contorni precisi, ma forse non li poteva avere, visto che Roraro è un paese senza orizzonti netti.

(dalla prefazione di Patrizio Roversi)

 

«Ho letto "Accadde a Roraro" ben volentieri perché vi ho trovato sia alcune pagine gustose, sia i miei pensieri e le mie sensazioni nei confronti di certi aspetti tragicomici della nostra Italia e della sua storia recente (così simili, come lei fa notare, a quelli del tragicomico ventennio, che io non ho conosciuto di persona - essendo nato nel 1950, ma che mi sono stati raccontati da mio padre, nato quattr'anni pria di lei e combattente partigiano sui monti dell'Emilia.

Ho vissuto (meglio: subìto) da studente universitario il "mitico" '68. Se non disapprovassi al par di lei il linguaggio "da caserma", userei un altro aggettivo che pure comincia con m e finisce con o .). Mi sono trovato in tante situazioni analoghe a quelle che lei illustra, ho conosciuto tante persone che somigliano molto ai suoi personaggi (somigliavano al tempo della "rivoluzione blablale" e somigliano ora nelle loro più recenti trasformazioni).

 I danni che i "rivoluzionari blablali" e i governanti hanno fatto alla scuola (e quindi alla società) italiana, mi sembrano, purtroppo, irreparabili (almeno per lungo tempo). I nostri giovani ne portano e ne porteranno le tristi conseguenze. Credo proprio che trovi in me un persona concorde, sia nel senso comune di questa parola sa in quello (più forte) etimologico. Le auguro tuttavia che lei possa conoscere cattolici che non si vergognano di dimostrarsi credenti e praticanti (secondo le parole di Gesù che invita a non nascondere la lucerna sotto il moggio e a gridare dai tetti ciò che Egli ha insegnato) senza tuttavia dare le sgradevoli impressioni di esibizionismo, arroganza e presunzione offerte da quei ciellini a cui lei si è ispirato».

Quanto agli altri racconti, apprezzo il suo stile semplice e - direi- classico, cioè dignitoso, senza pompa né sciatterie. La sua fantasia, pur spigliata, non è mai bislacca: spesso mette in scena eventi mai accaduti e pur possibili. La sua satira nasce dalle assurdità che ci è toccato e tocca vivere. La piccola-grande conversione della signora Ruth è un concentrato di dolcezza e umanità». Insomma, davvero una lettura gradevole.

(prof. Gianni Fochi , chimico, Scuola Normale Superiore, Pisa, 1995)

 

«... ringraziamo Guilizzoni, persona che ha dedicato la sua vita all'insegnamento della chimica. Non lo conosciamo direttamente, ma immaginiamo che egli abbia saputo divertire i suoi allievi. Cosa ce lo fa pensare? Il suo senso dell'umorismo, che gli ha fatto vincere - con il racconto Accadde a Roraro (Edizioni Mobydick) - l'ultima edizione del premio Navile per la narrativa satirica».

( La Chimica e l'Industria , 1, 1996)

 

«C'era una volta il '68 e c'era tutto ciò che lo ha generato. Guilizzoni è uno che nel '68 era poco più che quarantenne. Stava dunque dalla parte del vecchio. Sarebbe facile tacciare di intenti velatamente reazionari la sua ironia e il suo umorismo. Ma sarebbe sbagliato. Guilizzoni stigmatizza perfettamente lo spirito che, in quegli anni, andava per la maggiore. Il fatto che definisca "rivoluzione blablale" e "scuotimento dei discenti" il movimento studentesco la dice lunga su cosa lui pensa sia rimasto degli "ideali" del Sessantotto. E purtroppo ha ragione lui. Il libro è scritto con mano lievissima e con vero umorismo e potrebbe forse fare incavolare un Mario Capanna, ma non è il caso di prendersela per questo. Anche alcuni ciellini di vecchia data potrebbero sentirsi sfottuti: era certo ciò che Guilizzoni voleva. I fatti, che a Roraro e dintorni si svolgono, sono conditi da premesse chiare e da una solida caratterizzazione dei personaggi. La narrazione è brillante e a tratti esplosiva. Il libro ha vinto un premio Navile per la letteratura satirica. Guilizzoni minimizza dicendo di averlo scritto per divertire i figli e esorcizzare alcuni rospi che dovette ingoiare a suo tempo (non dubito che li ingoiò; io stesso ricordo certi atteggiamenti nei confronti di alcuni insegnanti, in quegli anni. E il rimorso mi dà fastidio, trenta anni dopo). Non cercherò di esemplificare lo stile del racconto, bisogna leggerlo. E' scritto benissimo ed è autenticamente piacevole. C'è pure una prefazione

di Patrizio Roversi nella quale si dice che il racconto non ha contorni precisi: è evidente che anche Patrizio voleva fare dell'ironia».

( Massimo Viola, sito Internet "Le spigolature di Roby San" )

 

«Il suo libro mi ha divertita e interessata; vi si scopre quella umanità che l'ha sempre caratterizzata, quell'affettuoso piegarsi sulla stupidità altrui capace di esiti orrendi quando si fa attiva ma anche di suscitare la pietas di chi a affrontare la vita con forza, audacia e sopportazione.

Bellissime le cosiddette "citazioni". Ieri sera ho riso per la conferenza di Fadeohm, per il giudizio telefonico della prof. Guanidinio, per la sacrosanta reazione del marito sfuggito alla Morfo, per le assurdità che abbiamo vissuto, dei blablali. E come la capisco (pag. 83) in quella malinconia che si fa struggente quando il presente è vita ormai dietro le spalle, irrevocabile, irrevocabile. Quanto alle "incoerenze" (pag. 84-85) fanno parte della mediocrità non aurea ma deteriore di omuncoli e femminucce pieni di sé e poco attenti alla sostanza delle cose affrontate sempre con la superficialità di chi si crede sempre e comunque vincitore.

Bello, anzi bellissimo, quel "magico silenzio" che mi ricorda Beethoven ma anche la gioia di chiudersi a tutto ciò che è fuori di noi per ascoltare, finalmente, la sola voce che può consolare l'attesa.

Bravo! Anche se le rimprovero l'ultima pagina dove la malinconia si abbandona al dolore quello senza nome, senza perché, senza.».

(prof. Enrica Gnemmi , Lettere, ITIS "Cobianchi", Verbania, 1995)

 

«A Giacomo Guilizzoni, auctor satyricus. Felicitazioni per il premio letterario e la pubblicazione del suo racconto che ho avuto il privilegio di leggere in anteprima».

(prof. Fabrizio Domenicucci , Letteratura Latina, Università di Chieti, 1995)

 

«... per chi, come me, veniva da un anno scolastico contrastato e impervio, dove ad ogni passo mi ero imbattuto nelle forre dei luoghi comuni e dei mass media, dove il sapere aveva ceduto il posto alla cultura casalinga televisiva, questo caro libretto non poteva che aiutarmi ed esaltarmi. Come un sentimento di scoperta, di amicizia, di concordanza. L'ho riletto prendendo i passi più divertenti e raccontandoli agli amici, ai colleghi, come se potessero capirmi. C'è un capitolo del libro che lascia pensare, la presa del potere dei Verdi nella cittadina di Roraro. Verrebbe voglia di augurare che tutti i docenti di chimica e non, ma che tutti potessero leggerlo e farne propria la lezione».

(prof. Fiorello Pavoni , chimico, ITIS "Merloni", Fabriano, 1996)

 

«... lei è troppo benevolo con me e troppo modesto con sè stesso attribuendomi meriti nel felice, ancorchè travagliato, iter del suo bel libro. Un merito mi piace accreditarmi, uno solo: aver intravisto nel suo testo una qualità, una maestria (dice bene Roversi) di scrittura non comune. Mi rammarico soltanto che la microscopica dimensione della mia Casa Editrice non mi abbia consentito di essere il suo editore».

(dott. Francesco Di Vincenzo , editore e pubblicista, Chieti, 1995)

 

« ... ho molto gustato la satira con cui conduce il suo racconto, resa più brillante dall'espressione sobria, sciolta e vivace. Mi complimento per questo piacevole libretto, anche se inutilmente ho cercato di ravvisare personaggi a me noti. O sono frutto di fantasia? Non le pare di aver trattato troppo male tutti i protagonisti di quel mondo? Specialmente nell' ultima parte, dove sono di scena i politici di Roraro, ma forse proprio i politici se lo meritano oggi come ieri. Tutte le epoche hanno le loro bassezze e le loro amarezze e ogni volta gli uomini esprimono gesti di grave tragicità e di grande cuore ».

(prof. Clotilde Borioli , Lettere, ITIS "Cobianchi", Verbania, 1997)

 

«... il suo libro mi ha fatto scoprire una qualità che non le conoscevo e un notevole spirito umoristico che diverte ma che fa anche meditare su questa realtà sempre più difficile da affrontare. Il premio se lo meritava . Ne ho parlato con la signora Bigliani Borioli e ne abbiamo tratto un giudizio molto simile. Auguri per il suo futuro di scrittore, mi pare che possa dare spunti di interesse notevole con la sua satira dolce-amara!».

(prof. Eugenia Cosentino , Lettere, ITIS "Cobianchi", Verbania, 1997)

 

«L'ho letto due volte con molto piacere, sorridendo per la sua vena satirica e riconoscendo fra le righe luoghi e persone familiari. Condivido alcune valutazioni sul "Geranioli" o meglio su chi nel Geranioli ha vissuto e al quale è legata una parte della nostra vita. E' stato bello ricordare, nel leggere, persone che spesso rischiano di essere dimenticate».

(prof. Mario Zanini , Ufficio Tecnico, ITIS Cobianchi", Verbania, 1995)

«. è un piccolo capolavoro letterario, provvidenziale e salutare scacciapensieri soprattutto al termine di una giornata di lavoro. Non mi è stato difficile leggerlo quasi d'un fiato. Divertente, scorrevole, arguto e anche interessante nei mille intrecci di personaggi dai nomi curiosi alle prese con gli ordinari fatti del giorno. Un prosa che sa di Chiara e di Biagi».

(p. Marco Malagola , Nonciature Apostolique, Bruxelles, 1995)

 

«Ho letto "Accadde a Roraro" in un soffio! Un nuovo Guilizzoni? Forse no, ricordando le sue battute dei tempi e la sua pacatezza a volte birichina. Mi sono divertito, ho riso ma soprattutto, "Accadde a Roraro" è stato da me letto in sua presenza. Lei sa che la stimo molto».

(ing. Gino Rudelli , chimico, Consigliere Delegato Organia SpA, Bergamo-Urgnano, 1995)

 

«. rinnovo la mia stima e l'augurio che il suo, e gli altri volumi della collana Zelig, godano l'attenzione di quella piccola ma fedele frangia di lettori che non si accontenta di libri scandalistici e/o legati al glamour. Fortunatamente il suo testo non è destinato ad invecchiare ed io, in ogni occasione (Salone del libro, Fiera di Belgioioso e altri momenti pubblici) continuo a segnalarlo tra le nostre pubblicazioni più piacevoli e divertenti».

(dott. Guido Leotta , direttore editoriale Tratti-Mobydick, Faenza, 1996)

«I racconti sono stupendi: bravo come sempre. Il racconto "Una sesta, una settima." mi ha colpito particolarmente, mi ha commosso e alla fine della lettura mi sono trovata con il volto bagnato di lacrime. Il suo amico Alberto credo di averlo conosciuto anch'io ed ho intuito tante cose negli anni vissuti insieme a scuola: le sofferenze di Alberto mai confidate ad alcuno forse perché pensava che non avrebbe potuto capire. Spero che il suo amico Alberto abbia trovato finalmente una certa serenità d'animo e che il dolore provato tanti anni fa si sia trasformato in qualcosa di sublime. Certi dolori che ci hanno toccato profondamente li portiamo nel cuore per tutta la vita e inevitabilmente, in alcuni momenti, riaffiorano con tutta la loro intensità, in altri si allontanano solo di poco e li guardiamo (come lei ben scrive) come se fossimo già tutti in un'altra dimensione. Comunque lei ha saputo scrivere questo racconto, dove traspare un dolore infinito, come una storia fantastica alla fine della quale c'è una settima dimensione che aspetta tutti coloro che hanno perduto le persone più care».

(prof. Maria Randazzo , chimico, ITIS Cobianchi, Verbania, 1998)

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